Quanto è profondo l'abisso?
Me lo sapete dire quanto accidenti è profondo l'abisso?
è incommensurabile. per questo la sua descrizione è pressoché invisibile. se la state leggendo, complimenti, siete in gamba. in questo blogo vi pianto in faccia me, libri, teatralate, strampalerie grafiche et numerose altre amenità.
- Lo sai? Siamo tipo otto miliardi sul pianeta.
- Sì.
- E su otto miliardi, avevo trovato una persona che voleva stare con me.
- È una bella cosa, qualcuno che accetti di stare con te.
- No, non è che lo accettasse, stava con me volentieri.
- Ti invidio un po'. Ma poi che è successo?
- Niente, poi abbiamo smesso di stare insieme. Avevo trovato una persona che voleva stare con me, e l'ho persa.
- Non hai prestato abbastanza attenzione.
- Ho dato attenzione alle cose sbagliate. Ho dato troppa attenzione a me.
- È triste.
- È sciocco. Ho fatto una sciocchezza.
La durezza della vita
Perché la vita ha questa durezza?
Ti dici che dovrebbe essere facile, la vita. Fattibile, almeno. Un piede avanti all'altro e si cammina. Ma ad un tratto un tuo passo trema, e inciampi e un coccio ti si conficca in un piede. Perché inesorabilmente la vita non la puoi che affrontare a piedi nudi.
Non basta vivere, nella vita? E perché anche questo è così difficile, poi? Quel riflesso involontario che fa battere il cuore, allargare i polmoni... Il sangue scorre e il respiro lo ossigena. Eppure apri la bocca per accogliere l'aria, e il freddo ti prende alla gola, ti toglie il fiato. Il freddo tagliente, il caldo soffocante. Non è forse l'aria stessa attorno a te che si ammanta di quei tratti che la rendono irrespirabile? Non è il mondo stesso a volere la tua morte?
E allora perché ostinarsi a tentare di vivere?
E difficile, è dannoso. Non si è che ostacoli sul cammino l'uno dell'altro. L'unica utilità è nel lasciarsi calpestare, per diventare terreno su cui altri si poseranno per continuare il loro cammino. Ma anche per loro la vita è e rimarrà dura.
Perché la vita è così dura?
Perché mi sembra così insormontabile e difficile e inafferrabile e
Se dovessimo definire Dante con tre "p" che cosa diremmo? "Poeta", senz'altro, lui è il sommo. "Parlatore"? Chi può dirlo? Magari balbettava, o s'intimidiva, o provava quella lieve stizza un po' snob tale da non desiderare di mettere gli altri a parte delle proprie parole (quante "p", qui! un'allitterazione!).
"Partigiano"? Questo sì. Da buon ghibellino lo si potrebbe ben definire di parte. E, per inciso, partigiano ma non "parmigiano", ch'egli era fiorentino, e lì di 'p' non ve ne sono.
E allor che altro? Prosatore? Pagliaccio? Pittore? Picaresco? Pittoresco? Papà?
Sì, Dante era papà. Anche se della sua posterità (Pòstero?) poco ci s'immischia, liquidata in una riga, o poco più, sull'enciclopedie.
Ma senz'altro "padre" - sì, sì, state quieti lì voi che saltellate con la mano alzata strillando "è il padre della lingua italiana!" -, questa la terza "p".
Dante: il padre, il poeta, il partigiano.
Sempreché, come si diceva, si volessero applicar tre "p" (a) Dante.
Trepidante.
Come il Pinciuz, quando apprende che oggi è il 10 10 2020. E non tornerà mai più.
Ho capito i danni del fumo durante una lezione di Paleografia latina.
E sì che l'attenzione non m'era mai mancata.
Notevole. E un po' bizzarro.