disteso l'arco
si giace la faretra
sopra il feretro
è incommensurabile. per questo la sua descrizione è pressoché invisibile. se la state leggendo, complimenti, siete in gamba. in questo blogo vi pianto in faccia me, libri, teatralate, strampalerie grafiche et numerose altre amenità.
sabato 29 gennaio 2011
mercoledì 10 novembre 2010
Inutili azioni
Personaggi
A
B
Scena
Davanti ad un piatto di penne rigate. A regge una forchetta con infilzato un fusillo.
A (rivolgendosi a B) - Hai visto?
B - Sì, è un fusillo.
A - No.
B - E cos'è allora?
A - Nessuna idea?
B (furbescamente) - Un outsider.
A (serio) - Non scherzare. Questo è l'inizio di un'invasione aliena.
B (dandogli corda) - Ah, sì?
A - È così.
B - E cosa intendi fare?
A (lo mangia) - Chomp.
B - ?
A - Quando usciranno dalla loro astronave, voglio che si ritrovino in un mondo di merda.
A
B
Scena
Davanti ad un piatto di penne rigate. A regge una forchetta con infilzato un fusillo.
A (rivolgendosi a B) - Hai visto?
B - Sì, è un fusillo.
A - No.
B - E cos'è allora?
A - Nessuna idea?
B (furbescamente) - Un outsider.
A (serio) - Non scherzare. Questo è l'inizio di un'invasione aliena.
B (dandogli corda) - Ah, sì?
A - È così.
B - E cosa intendi fare?
A (lo mangia) - Chomp.
B - ?
A - Quando usciranno dalla loro astronave, voglio che si ritrovino in un mondo di merda.
(digestione)
lunedì 4 ottobre 2010
Fatti di famiglia (un dialogo)
- Hai sentito di Emilio Miglio? Ha lasciato la fabbrica di maglie alla moglie Amalia.
- Emilio è il migliore. E la filiale?
- Alla figlia Ale.
- Quella meraviglia!
- Emilio è il migliore. E la filiale?
- Alla figlia Ale.
- Quella meraviglia!
lunedì 27 settembre 2010
oggi ho realizzato, con una consapevolezza che non pensavo potesse appartenermi, che non mi piace il lavoro che faccio.
è inutile, non mi piace.
eppure dovrebbe, a pensarlo mi dico che proprio quel lavoro lì, per cui mi pagano, mi dovrebbe proprio piacere.
ma no.
niente.
è un lavoro arido, meccanico, utile per carità, ma non è il lavoro che voglio fare io.
perché non c'è l'io in questo lavoro, ed è perfettamente indifferente l'identità del proprietario della mano che pigia i tasti del computer.
e non posso nemmeno pensare, chè la meccanicità non è standard, e richiede molta attenzione e un minimo di ragionamento.
che palle.
io voglio lavorare per la lego.
ecco, l'ho detto.
voglio allestire mostre di design nel centre pompidou, rastrellare i giardini del palazzo dell'imperatore del giappone, girare il mondo con il cirque du soleil e costruire nuovi modelli di sviluppo economico.
voglio trovare la cura per il cancro, diamine!
e inventare una lingua nuova.
e voglio provare cosa significa essere soddisfatti di sè.
è inutile, non mi piace.
eppure dovrebbe, a pensarlo mi dico che proprio quel lavoro lì, per cui mi pagano, mi dovrebbe proprio piacere.
ma no.
niente.
è un lavoro arido, meccanico, utile per carità, ma non è il lavoro che voglio fare io.
perché non c'è l'io in questo lavoro, ed è perfettamente indifferente l'identità del proprietario della mano che pigia i tasti del computer.
e non posso nemmeno pensare, chè la meccanicità non è standard, e richiede molta attenzione e un minimo di ragionamento.
che palle.
io voglio lavorare per la lego.
ecco, l'ho detto.
voglio allestire mostre di design nel centre pompidou, rastrellare i giardini del palazzo dell'imperatore del giappone, girare il mondo con il cirque du soleil e costruire nuovi modelli di sviluppo economico.
voglio trovare la cura per il cancro, diamine!
e inventare una lingua nuova.
e voglio provare cosa significa essere soddisfatti di sè.
lunedì 23 agosto 2010
sabato 7 agosto 2010
arrivo all'interno dell'edificio, e, come prevedevo, mi viene incontro lei. mi sta antipatica, da sempre, e la cosa è reciproca. mentre la vedo avvicinarsi ripasso la risposta che le darò: devo consegnare un pacco. già, e se mi chiede a chi? sento la tensione. semplice, le dirò che non ricordo il nome, e che è scritto sul foglio di accompagnamento, che ho lasciato al portiere. il portiere stesso mi ha detto di portare il pacco nella stanza in fondo all'ultimo corridoio del piano più basso dell'edificio.
ora che lo scrivo mi rendo conto di quanto tutto ciò sia inverosimile.
lei, l'antipatica, annuisce e mi accompagna. il pacco è su un carrello. è una scatola di cartone, il doppio di una scatola da scarpe, rosa. non mi pareva pesasse tanto, ma di fatto è sopra questo carrello che io spingo. lei cammina a fianco del carrello.
prendiamo un ascensore e poi un altro. arriviamo al piano più basso, quindi all'ultimo corridoio, che percorriamo fino in fondo.
finalmente mi apre la porta dell'ultima stanza. io non entro neppure, dò una spinta al carrello che così scivola dentro. lei chiude, e torniamo indietro. risaliamo e mentre siamo chiuse in ascensore inizio ad avere paura. com'erano i patti? a una certa ora scatta? o quando telefono io? non mi ricordo... finalmente siamo fuori. ci salutiamo, io e lei, con finta cortesia. mi allontano un po' nella piazza, arrivo al porticato di fronte. ancora non è successo niente. allora telefono, dico che è tutto a posto e che siamo fuori. bene. ho ancora il telefono in mano, riconosco una persona seduta nel cinema che si apre lì di fronte a me, faccio due passi in quella direzione quando un rombo seguito da grida mi fa voltare, giusto in tempo per vedere l'Esposizione Universale sgretolarsi e crollare. la gente urla e scappa, e io mi lascio prendere dal panico collettivo. so benissimo che non c'era nessuno là dentro, tutto era studiato a puntino perché nessuno si facesse male, ma realizzo in un attimo che la bomba che ho lasciato poteva, potrebbe tuttora, causare altri danni non previsti. la Basilica Palladiana è proprio a fianco dell'Esposizione... e se crollasse anche quella? cos'ho fatto? e poi perché? mentre corro con gli altri per allontanarmi sudo freddo. mi fermo al semaforo rosso e quindi penso a far perdere le tracce.
ora che lo scrivo mi rendo conto di quanto tutto ciò sia inverosimile.
lei, l'antipatica, annuisce e mi accompagna. il pacco è su un carrello. è una scatola di cartone, il doppio di una scatola da scarpe, rosa. non mi pareva pesasse tanto, ma di fatto è sopra questo carrello che io spingo. lei cammina a fianco del carrello.
prendiamo un ascensore e poi un altro. arriviamo al piano più basso, quindi all'ultimo corridoio, che percorriamo fino in fondo.
finalmente mi apre la porta dell'ultima stanza. io non entro neppure, dò una spinta al carrello che così scivola dentro. lei chiude, e torniamo indietro. risaliamo e mentre siamo chiuse in ascensore inizio ad avere paura. com'erano i patti? a una certa ora scatta? o quando telefono io? non mi ricordo... finalmente siamo fuori. ci salutiamo, io e lei, con finta cortesia. mi allontano un po' nella piazza, arrivo al porticato di fronte. ancora non è successo niente. allora telefono, dico che è tutto a posto e che siamo fuori. bene. ho ancora il telefono in mano, riconosco una persona seduta nel cinema che si apre lì di fronte a me, faccio due passi in quella direzione quando un rombo seguito da grida mi fa voltare, giusto in tempo per vedere l'Esposizione Universale sgretolarsi e crollare. la gente urla e scappa, e io mi lascio prendere dal panico collettivo. so benissimo che non c'era nessuno là dentro, tutto era studiato a puntino perché nessuno si facesse male, ma realizzo in un attimo che la bomba che ho lasciato poteva, potrebbe tuttora, causare altri danni non previsti. la Basilica Palladiana è proprio a fianco dell'Esposizione... e se crollasse anche quella? cos'ho fatto? e poi perché? mentre corro con gli altri per allontanarmi sudo freddo. mi fermo al semaforo rosso e quindi penso a far perdere le tracce.
lunedì 12 luglio 2010
Colazione
Luglio. Sabato. Mattina. Ore 8.30.
In cucina.
LEI: Posso finire il caffè?
LUI: India.
LEI: ---
LUI: ---
LEI: ---
LUI: Scusa, cos'hai chiesto?
In cucina.
LEI: Posso finire il caffè?
LUI: India.
LEI: ---
LUI: ---
LEI: ---
LUI: Scusa, cos'hai chiesto?
(moka)
Iscriviti a:
Post (Atom)